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La pesca |
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Un tempo i
nostri pescatori avevano una estensione maggiore di quella
attuale. Spesso restavano i mare a anche per la mancanza dei motori anche per mesi e pescavano in zone come la Jugoslavia a quel tempo italiana.In effetti fino al 1915 le zone di pesca si estendevano, per i nostri pescatori, lungo tutta la costa della Jugoslavia,fino verso l’Albania. Causa vicende storiche, venne stipulato un trattato (quello di Brioni) che fissava per i nostri pescatori quali zone di pesca, tutta la costa italiana ed anche una parte, oggi Jugoslava, fino circa a Zara. La perdita di questi territori, u tempo italiani, dopo la seconda guerra mondiale, provocò l’eliminazione di questa zona di pesca: quindi, dopo il 1945, con un trattato Italo-Jugoslavo si fissarono i limiti delle acque territoriali e la possibilità di pescare, per quanto riguarda gli italiani fino a Trieste. |
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I metodi di
pesca I ramponi I parancai La pesca delle vongole I re Natanti e
antichi metodi di pesca Gli squeri I bragozzi chioggiotti venivano costruiti per lo più in piccoli cantieri detti squeri, condotti da maestri d’ascia che si tramandavano scrupolosamente i segreti di costruzione di padre in figlio. Erano semplici edifici costruiti da tre pareti in muratura, su cui poggiava il tetto e da una facciata aperta, rivolta verso il canale, dotata di massicce porte in legno, scorrevoli, alte circa 6 metri. Al di sopra era collocata, in mezzo al frontone, una sacra icona, detta cesiòla, costituita da un pannello di legno di forma poligonale, sormontato da una rozza cornice di protezione. Tutte le principali fasi di costruzione del natante si effettuavano nella parte interna, detta tènza, ultimate le quali venivano aperte le porte scorrevoli e si procedeva al varo della barca al grido “a xe sui vasi, a xe molao, tirève in là, a va, a va …..” Le varie operazioni erano piuttosto complesse e a tale scopo si usava una quantità di attrezzi vari, ciascuno avente una propria denominazione; queste operazioni seguivano un rituale prestabilito, che iniziava con la costruzione dell’ossatura vera e propria del bragozzo fino alla sua decorazione esterna ed interna. I cantieri erano situati lungo la riva Est del canale San Domenico e in parte quella Ovest del Canale Lombardo. Suggestiva e festosa era la cerimonia del varo di un bragozzo niovo, il quale, prima di farlo scendere in acqua, tutto pavesato a festa, veniva benedetto, dopo aver recitato la Chiàbita, storpitura dell’inizio del salmo 90 “qui habitat”; la festa era maggiore se esso era senza debiti, ai quali molto spesso il pescatore era costretto a ricorrere per pagare l’imbarcazione. A varo avvenuto, questo era festeggiato con una ganzèga, un rinfresco a base di vino con sardèle salae, canoce e buli, a cui partecipavano tutti. Uno degli oggetti più frequenti presenti negli squeri chioggiotti era la cassèla d’ambuòlo, cassetta a tre scomparti contenente una spugna e terra rossa, usata dai carpentieri, che vi tingevano un filo con il quale segnavano il legno da tagliare. Nel 1976 operavano in Chioggia soltanto sette cantieri, oggi ulteriormente decurtatisi, contro i 141 operanti nel 1876. Il bragozzo
Il prezzo pattuito e le eventuali dilazioni , venivano discusse tra il costruttore e il pescatore, nelle pubbliche osterie,luoghi da sempre,in Chioggia,di incontro, di giogo ed anche di contrattazione. Una volta stabilite le modalità, inizia la fabbricazione del naviglio, e prima che questo sia del tutto ultimato, prima di mettere l’ultima finitura, la cosìdetta “pezza benedetta”, il padrone era obbligato a pagar da bere a tutti i lavoranti, come aveva già fatto prima di iniziare la lavorazione. (bagnare l’asta). Nella barca viene lasciata una fascia bianca che serviva successivamente per dipingervi un angelo, una madonna o altro. IL varo è il momento delle festa: la speranza era di un avvenire migliore anche se più6 delle volte non era così a causa dei grossi debiti.La barca veniva addobbata a festa, con bandiere e “masi”(due piccoli cerchi introdotti uno sull’altro foderati di bombasi e fasciati di corde colorare).Quindi si mangiava e si bevevo tutto spesato dal proprietario e non mancava nemmeno il momento religioso dove un sacerdote benediva la nuova imbarcazione con l’acqua santa. La costruzione: Il bragozzo, costruito nello squero mediante i sesti (sagome prefissate, che servivano a ricavare le corbe, cioè le ordinate dello scafo), verso la fine dell’ottocento era lungo 12 metri e mezzo, largo 3,15 e alto 1,05 metri aveva boccaporto centrale a proravia, uno a poppavia e un portello a prua. Il timone raggiungeva la lunghezza di quasi 4 metri. La fase di costruzione iniziava con le aste di prora e di poppa in legno di rovere molto robusto, cui poi erano fissati i magieri (i corsi del fasciame). L’ ossatura dello scafo era costituita dalle còrbe. Tra i magieri di prua e di poppa erano posti i mancoli d’ormeggio. Il fasciame veniva piegato con il fuoco, ottenuto bruciando una qualità di canna palustre: il legno era riscaldato e, tenendolo sempre umido con fango, si cercava di dargli la curvatura voluta. Terminata la coperta, si procedeva alla rifinitura e poi alla calafatura, effettuata per mezzo di stoppa catramata, inserita negli interstizi mediante appositi scalpelli e battendo con un grosso martello, detto magio. Quindi lo scafo era ricoperto all’interno e all’esterno di pece (la pégola). Poi si fissava l’albero di maestra, cui provvedeva l’alborante ed erano issate le vele, confezionate dal velèro oppure tagliate e cucite dagli stessi uomini, mentre alle reti da pesca provvedevano le donne della famiglia. Particolare attenzione era riservata alla costruzione del timone, la parte più robusta dell’imbarcazione, poiché svolgeva anche, in parte, le funzioni della chiglia: per costruirlo si usava una nutrita schiera di attrezzi: morsetta, pialla, verìgola, mazzuola e martello. Non mancava a prua del bragozzo il fogòn, ossia il braciere costituito di solito da una semplice cassa rettangolare foderata di lamiera di zinco, che serviva per la cottura del cibo. Lo scafo di un bragozzo risultava molto robusto e resistente alle continue sollecitazioni, consentendo l’utilizzo di questa imbarcazione anche nelle più difficili situazioni. Nel 1889 il costo di un bragozzo completo da 36 piedi veneti (circa 12,5 metri), per cassa pronta, era in totale di £. 4.530,5. Le vele: La vela è sempre stata il simbolo, l’emblema caratteristico e più appariscente del bragozzo chioggiotto, tanto è vero che il vigariolo (un pescatore divenuto avvistatore marittimo) riconosceva a distanza i vari paroni dei bragozzi dal colore e soprattutto dalle raffigurazioni dipinte sulle vele. Normalmente le vele dei bragozzi chioggiotti alla seconda metà dell’800 erano due per quelli di misura maggiore e una per quelli di misura minore. Le vele di poppa e di prua (de tronchéto) erano al terzo, qualche volta compariva anche il fiocco. Erano gli stessi pescatori o le loro donne che confezionavano la vela, cucendo insieme 34-35 sfèrzi (cioé teli), non senza aver prima praticato col coltello il taglio di sotto, per darle la giusta obliquità. Poi gli uomini si interessavano di armarle. Esse venivano armate nel tradizionale sistema di origini remote, che si può far risalire all’epoca delle galere , e definito come armatura alla pescatora: così era possibile far assumere alla vela anche una certa forma a sacco, che consentiva di sfruttare meglio il vento con andature di bolina. Quando il vento era forte si utilizzavano i metafioni, cioè dei cavetti penduli fissati alla vela, posti su file orizzontali. Quindi si procedeva alla dipintura delle vele usando i colori più facili da reperire ai quei tempi: l’ocra, il rosso mattone, il nero e a volte l’azzurro, il verde e il marrone. La colorazione delle vele veniva fatta con la teréta, colore in polvere, che veniva sciolta in acqua di mare; esse venivano poi poste al sole ad asciugare, quindi gettate nell’acqua di mare per togliere la polvere lasciata dalla pittura ed infine esposte ancora al sole perché asciugassero definitivamente ed essere così pronte per l’uso. Le decorazioni: Un tempo lo scafo dei bragozzi veniva abbellito con varie decorazioni. A prua erano dipinte ad olio figure alate nell’atto di suonare la tromba, dette ànzoli (Angeli), o soggetti sacri, insieme, ai lati, alle pesséte che, se contornate o incorniciate, dette bòli. Scopo di questi dipinti era, ovviamente, quello di ottenere la protezione dei Santi o della Madonna. Altri dipinti piuttosto comuni erano: colombe bianche col ramo d’ulivo, dischi solari, piccoli occhi (questi ultimi di chiaro significato apotropaico). Si tratta di tradizioni di origine cristiana o egiziana. Spesso i pescatori chioggiotti personalizzavano le loro imbarcazioni con disegni geometrici molto semplici sulle fiancate e sulle impavesate o con a prua stemmi o bandiere relativi al luogo di provenienza. Gli Angeli (Anzoli) erano dipinti di solito da qualche pescatore provetto nel disegno, che era appunto chiamato el pitoréto dei Anzoli. Sui bragozzi chioggiotti si vedevano sovente riprodotte immagini dei Santi Patroni, della Madonna della Navicella, della Passione di Gesù, di San Giorgio ecc. Altre pitturazioni si potevano osservare all’interno dello scafo, a prua e a poppa. A prua appariva un proprio e vero dipinto a olio, mentre sui parapetti dei boccaporti si ammiravano soggetti vari, a seconda della fantasia dei pescatori. A poppa la tradizione voleva che fosse dipinto, all’interno della murata, il nome del proprietario e la località di provenienza con nel mezzo un crocefisso, mentre all’esterno, sui fianchi, si riproduceva il nome della barca contornato da fantasiose cornici. Alcuni hanno visto in queste decorazioni del bragozzo una religiosità frammista ad elementi sacri e di superstizione, quando non si arrivava persino all’inserimento di antichissimi elementi paganeggianti. Tali erano nel concetto e nell’uso il pentàcolo (stella a 5 punte con raggi convergenti al centro oppure un cerchio che inscrive una stella), il vellus in uso nelle imbarcazioni più vecchie, i trabaccoli e le tartane, l’ òculus (figurante nelle imbarcazioni egizie e fenice oltreché sulle navi romane con funzione magica) e il penèlo, di cui si parlerà oltre. Questi erano gli ornamenti decorativi più comuni che apparivano un tempo nelle imbarcazioni chioggiotte. Le compagnie
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